Memorie di Dachau: il diario di Minelli Denise

Il diario di Minelli Denise

09 aprile 2014

Ci svegliamo presto per andare a visitare il campo di concentramento di Dachau. Prima di entrare mi è sembrato tutto molto allegro per i molti fiori e le molte piante colorate che percorrono il viale che porta al cancello d’entrata. Appena visto quel famoso cancello però l’atmosfera è cambiata, quando l’ho oltrepassato il pensiero è andata a quelle migliaia di persone che prima di me avevano fatto la medesima cosa, ma la loro storia era proseguita in modo totalmente diverso.
Varcata la soglia d’entrata, un grande spiazzo praticamente privo di ogni cosa e circondato da baracche trasmette, almeno a me , un senso di desolazione e tristezza, è stato come se già vedendo la struttura del campo si riuscisse a percepire la sofferenza e la disperazione che dovevano aver pervaso il campo in tempo di guerra.                                                                    Sulla destra troviamo un “museo” che ha lo scopo di dare informazioni base necessarie per la visita del campo. Usciti da questa mostra mi sono avviata verso i dormitori che si trovano dalla parte sinistra del campo. Sinceramente il fatto che questi siano stati sistemati e ristrutturati, anche se per necessità, ha levato un po’ di atmosfera cupa. Naturalmente non per questo si poteva rimanere indifferenti davanti ad una simile visione, perché quei letti tutti attaccati, seppur sistemati, davano comunque l’idea di come poteva essere la situazione.

Ciò che mi ha colpito maggiormente nel campo sono stati i forni crematori. Entrando nella sezione apposita, dedicata ai forni, fa rabbrividire pensare all’organizzazione tedesca che aveva creato ogni stanza per uno scopo preciso. Vi era infatti la stanza dove i deportati erano costretti ad attendere quella che dal loro punto di vista doveva essere una doccia. Dopo essersi spogliati dei loro vestiti i deportati avanzavano e arrivavano in una stanza dall’aspetto buio e cupo che sul soffitto ha dei buchi dai quali doveva uscire il gas e delle nappe dalle quali si doveva pensare che uscisse acqua. Ciò che mi ha colpito del campo è stato anche il freddo, pungente anche se era già aprile.

Mi è sorta spontaneamente una domanda: “Come facevano questi poveri uomini condannati a lavorare a convivere con un freddo lacerante privi di ogni cosa”.

In generale penso che vedere un campo di concentramento sia stata un’esperienza importante, perché aiuta a comprendere meglio cosa sia stato l’olocausto e a capire di più di che cosa stiamo parlando quando usiamo questo termine.

 

Denise Minelli

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