Memorie di Dachau: il diario di Arianna Righini

Il Diario di Arianna Righini

“Il lavoro rende liberi”: abbiamo appena varcato il cancello d’entrata del campo di concentramento di Dachau. Mi guardo intorno, sento soltanto molto freddo, polvere e ricordi lontani di ombre nascoste. Per prima cosa, ritengo di dovermi scusare con tutti voi, sì con tutti voi che da schiavi avete pianto l’inverno più lungo della vostra vita. Mi scuso poi per non poter capire il dolore, la vita, le percosse e l’amaro sapore del campo. Sono qui a chiedermi il motivo di “tutto questo”: persone come bestie, come scarafaggi dei quali non rimane che un respiro. Mi sto muovendo, e facendolo calpesto la stessa terra che ha sopportato il peso dei vostri spasmi: siete come la nebbia, la forza con cui dirompete nella mia mente, è tale da ubriacarmi di tristezza. Ho visto i vostri nomi, le vostre cose, i vostri volti stanchi e la forte speranza che vi ha reso degli eroi: tutto mi rende così vulnerabile e incredula. Sfidando ora dopo ora la paura e rinunciando alla vostra pace vi siete affidati a quei non – uomini con grande coraggio. Per un istante ho immaginato di vedervi tutti salutarmi immobili e sereni di fronte a me, di una serenità pura e umana, e mi sono sentita felice. Così belli, vivi e liberi, tenevate stretta tutta la gioia del mondo: in quell’istante ho compreso la potenza del ricordo. E per concludere questa mia piccola riflessione decido di salutare i bambini: bambini soli, senza favole della notte, privi del diritto al pianto e ignari dello strano gioco entro il quale si trovavano. Ora chiedo a voi “Pensatela, pensate ad una storia ed io in questo normalissimo momento di vita, ve la racconterò…fin quando vorrete, fin quando non dormirete miei piccoli martiri.”.

11 aprile 2014

Riflessione isolata durante il mio ritorno, penso “uccidere”, la forza del male. Loro lo hanno visto fare come poveri animali. Temo che di fronte a questo, per rendersi conto, non serva per forza sapere, l’empatia diviene comune e normale tra tutti e la triste storia affiora come veleno.
Loro non se ne sono mai andati, loro, me ne rendo conto più che mai.
Ma io credo che ci sia un posto lassù, per voi, veri uomini in cui vivere è dolce e non esiste più “soffrire”.

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