Memorie di Dachau: il diario di Gaia Canaccini

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Gaia Canaccini

08 aprile 2014

Ore 5:05 la sveglia suona, mi alzo, mi vesto, prendo le mille valigie e scappo all’autobus. Sono pronta per un’altra “avventura”nella storia. Ho preso tutto, il coraggio e la forza necessari per partire. Dopo un viaggio che è sembrato interminabile, siamo finalmente arrivati a Monaco.

09 aprile 2014

Stamani è il giorno più importante del nostro viaggio nella memoria. Andiamo a Dachau. Per me è la prima volta in cui entro in un campo, il primo costruito, nato come campo di lavoro, ampliato con il tempo. Adesso nel campo è stato allestito un museo dove vengono ripercorse le tappe dello sterminio ( in verità lo scorso anno sono entrata nel campo di Ravensbruk, ma non ho potuto davvero vedere cosa era un campo).
La prima cosa che vedono i miei occhi è quel grosso cancello con la scritta “Arbeit macht frei”, il lavoro rende liberi. Incredibile credere che quella frase accogliesse i deportati, prigionieri e future vittime della crudeltà umana.
Il cancello si chiude alle mie spalle, di fronte a me l’immenso piazzale per gli appelli; poteva contenere un’immensità di persone, è una sensazione assurda, sentirsi il niente nel niente. Ho iniziato a camminare, solo il rumore dei sassi sotto i miei piedi, niente altro. Faceva freddo, il vento mi toccava la pelle io pensavo: i deportati prima di me hanno camminato su questi sassi, e loro non avevano né cappotti, né cappelli a proteggerli dal freddo. Di fronte al piazzale c’è una baracca: dentro grandi stanze con letti a castello dove dormivano in troppi rispetto a quelli che che questi letti potevano ospitare. Potevano trovare un po’ di sollievo con un materasso di paglia. Ed erano uomini, non animali.
In un’altra stanza quelli che erano i bagni, file di water una di fronte all’altra, nessuna possibilità di privacy. Il campo è immenso, non finisce più ed io continuo a camminare nel viale alberato che separa le due file di baracche di 17 costruzioni ciascuna. In fondo un ponte, un cancello protetto da
filo spinato: oltrepassare questo ponte voleva dire dirigersi verso la morte. Infatti qui si trovano i due forni, i nuovi e i vecchi. La sensazione è sempre quella, un nodo allo stomaco, un senso di vuoto dentro e l’impotenza.
Cosa posso fare?Qualcosa che io possa fare c’è: non arrendermi al tempo, non dimenticare mai. Ogni volta che mi viene data la possibilità, devo coglierla, ed essere il tramite tra la storia, che io ho la possibilità di rivivere e i miei compagni.Queste esperienze sono esperienze di vita. Ti rendono migliore e ti fanno crescere. È stato difficile allontanarsi da questo luogo, non solo per i cancelli, i recinti e il filo spinato, ma anche perché hai un peso troppo grande sullo stomaco. Una responsabilità enorme…..
Ritorno a casa. Sicuramente avevo già un bel peso da portarmi dietro (le mie valigie) ma adesso ho tanto in più da dare e tenere con me.

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