Memorie di Dachau: il diario di Sarita Feltrin

8. Sarita Feltrin
È strano attraversare quel piccolo cancello con la scritta simbolo “Arbeit macht frei” , varcare quella soglia significa entrare in un mondo fuori dallo spazio e dal tempo, percorrere la stessa strada che ha portato migliaia di persone alla morte non molti anni fa e che fortunatamente oggi conduce noi al cuore del ricordo.
Ripercorrere passo passo le tappe dello sterminio e del terrore è stato molto importante perché per comprendere pienamente il senso del nostro percorso è necessario vedere gli oggetti che appartenevano ai deportati, le foto che rappresentano il vero, le stanze dove migliaia di persone sono morte e successivamente bruciate o ammucchiate e lasciate a marcire come bestie.
Quattro giorni fa pensavo che entrando nel campo avrei provato disgusto per le bestie che hanno permesso tutto ciò, tristezza e compassione per chi è stato privato della propria dignità e annullato come persona; così è stato, ma mi sono sorpresa quando ho provato anche felicità, per essere lì, per
poter imparare qualcosa di nuovo, per diventare una portavoce del ricordo e per poter raccontare, far vedere le foto e i video che ho fatto ad altre persone. Sono diventata una testimone attiva, non baso più le mie conoscenze solo sui libri ma potrò parlare delle condizioni di vita dei deportati avendo ben chiaro in mente i “letti” nei quali dormivano, i “bagni” che utilizzavano, i lavori che erano costretti a fare, gli esperimenti scientifici che dovevano sopportare, la morte che li aspettava……
Il viaggio della memoria però non deve servire solo a ricordare qualcosa di passato, ma anche a far riflettere sul presente; “E’ accaduto, può accadere di nuovo” è una frase che non deve limitarsi ad essere uno slogan nel giorno della memoria, ma uno spunto di riflessione estremamente attuale. La scuola deve formare un cittadino che abbia senso critico, pronto a difendere i propri diritti quando questi vengono negati o c’è il pericolo che succeda.
La crisi che attraversiamo oggi non è solo economica, ma anche morale, purtroppo problemi che inizialmente non sembrano gravi, possono diventarlo.
La televisione, che migliaia di persone guardano, aumenta ogni giorno l’odio razziale facendo apparire ai nostri occhi l’immigrato come un invasore e non come un uomo bisognoso di aiuto, scappato dalla sua terra d’origine spesso per salvarsi la vita o per sfamare la propria famiglia. Credo sia importante pensare al perché una persona lasci la propria casa e i propri cari; forse la sua non era più vita ma sopravvivenza. In questi viaggi dovremmo renderci conto di quanto siamo fortunati a vivere in un paese dove uscendo di casa non dobbiamo avere paura che scoppi una bomba o che un nostro caro muoia, un paese nel quale esiste ancora la libertà di parola e di stampa. Il nostro compito è quello di opporsi a chiunque tenti di instaurare una dittatura o utilizzi la guerra per sterminare popoli traendone un guadagno economico definendole missioni di pace, perché con la violenza è possibile produrre solo altra violenza e accrescere l’odio.

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