Memorie di Dachau: il diario di Giulia Lambardi

3. Giulia Lambardi
08 aprile 2014
Viaggio molto lungo, abbastanza stancante, ma trascorso in compagnia e pieno di risate. È il mio primo viaggio della memoria, quindi ho molte aspettative, buone naturalmente. In particolare anche dopo aver visto il piccolo video portato da Mauro, sono curiosa di visitare il campo di Dachau, di sapere che effetto mi farà e come reagirò
Dalla cena ci siamo resi conto che i tedeschi mangiano solo wurstel e savoiardi e che non hanno idea di come si faccia un budino al cioccolato.
09 aprile 2014
La sveglia è suonata un po’ troppo presto, per cui siamo un po’ tutti assonnati, ma pronti per la visita al campo di Dachau , il motivo per cui siamo venuti fino a Monaco. Attraversata una strada tutta dritta, siamo arrivati all’ingresso del campo dove si vede il cancello con la famosa scritta “Arbeit Macht Frei”. L’aria è abbastanza fredda per noi che siamo vestiti e abbiamo il giacchetto, quindi non riesco ad immaginarmi il freddo che dovevano avere i deportati quando arrivavano a quell’ingresso e venivano privati delle loro cose personali. Entrando, l’audio guida ci da qualche informazione sul campo e dopo aver dato un’occhiata generale alla struttura, entriamo nello spazio che oggi contiene il museo. Lì per lì, entrando non mi sono resa bene conto delle effettive dimensioni del campo, la prima cosa che mi ha colpito è stata la grande scultura ( non so se posso chiamarla così) davanti all’uscita del museo che a prima vista mi è sembrata raffigurare molte persone ammassate e del filo spinato.
La visita al museo è stata molto interessante soprattutto perché faceva vedere il campo come era prima, tutti gli avvenimenti che hanno portato a quello che è successo lì, alcune persone che vi sono morte e qualche oggetto che è rimasto. Del museo la cosa che mi ha colpito di più è stata la divisa a righe che dovevano indossare i deportati, sapere che quegli indumenti sono stati davvero portati da persone che erano a Dachau mi ha fatto riflettere e mi sono fermata un po’ davanti all’armadio in cui erano. Durante la visita al museo abbiamo assistito alla proiezione di un documentario sul campo di Dachau, molto semplice e diretto, il messaggio arrivava subito. Mi è stato utile guardare il filmato
prima di proseguire la visita al campo perché ci ha dato molte informazioni che secondo me erano indispensabili per continuare a visitarlo. Sinceramente una cosa che non mi ha colpito per niente sono state le baracche, l’interno, dove dormivano i deportati, perché era tutto ricostruito e quindi non vero; i letti erano troppo in buono stato, tutti perfetti, anche la grande sala con gli sgabelli e gli armadietti era, secondo me, ricostruita troppo bene. Mi ero immaginata tutte queste cose in modo molto diverso, pensavo di trovarle come erano allora, rovinate dal tempo, magari a pezzi, ma piene di storia, della storia di tutte quelle persone che hanno finito i loro giorni lì. Anche i bagni me li aspettavo in modo molto diverso, mi sono sembrati troppo in buono stato.
La cosa che invece mi ha fatto riflettere e che mi ha messo diciamo “in crisi” è stata la camera a gas. La stanza non era grande, ma buia, i visitatori tanti, tutti dentro a guardarsi intorno per vedere cosa ci fosse di speciale in quella stanza che avrebbe dovuto portare alla morte persone normali. In realtà era una stanza come tante altre, doveva sembrare infatti un luogo dove fare la doccia, e non dove morire. Stare lì dentro mi ha fatto un effetto stranissimo, perché anche se quella stanza lì in particolare non era mai stata utilizzata, mi ha fatto pensare alla paura e alla disperazione di tutte le persone che vi sono entrate e alla mentalità criminale e non umana di chi le ha progettate. Un’altra cosa alla quale ho pensato durante la visita, è la collocazione del campo, non fuori città, non in un luogo isolato, dove nessuno potesse arrivare per caso, ma proprio vicino alle case, sotto l’occhio di tutti,tante persone che sono state indifferenti e che non hanno fatto niente per informarsi e ribellarsi. È veramente inspiegabile, come una persona con una coscienza possa arrivare a questo.
Comunque la visita a Dachau non è stata come la pensavo, le troppe cose ricostruite non mi hanno trasmesso quello che mi aspettavo; questo forse anche perché ormai siamo abituati a vedere tutto nei film, la nostra mente si abitua a certe immagini e vederle nella realtà ormai non ci impressiona più. Inoltre facciamo sempre i paragoni con il campo di Auschwitz, che mostra in parte le cose come erano durante la guerra, e quindi più vere e ti lascia più pensieri su cui riflettere.
Diciamo che mi aspettavo di trovare un campo in condizioni più misere e forse più grande, ma da questa visita ho comunque imparato molte cose che prima non sapevo e che forse non venendo qui non avrei mai saputo.

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